In un momento cruciale per la Salernitana, quando la classifica piange e l'ambiente cerca risposte, la voce di Salvatore Soviero risuona come un potente monito nel cielo granata. L'ex portiere, protagonista di alcune delle pagine più intense della storia del club, non usa mezzi termini nell'analizzare la situazione attuale della squadra. Con la schiettezza che lo ha sempre contraddistinto, Soviero dipinge un quadro impietoso ma lucido della realtà, mescolando ricordi personali e analisi tecniche con una passione che, evidentemente, non si è mai spenta.
Come ricordi il tuo periodo alla Salernitana?
"Ogni singolo momento è scolpito nella mia memoria. Salerno non è una semplice piazza, è un'emozione che ti entra nel sangue. Anche le contestazioni hanno un sapore speciale qui - sono il termometro della passione. Oggi vedo una squadra che sta scivolando verso la Serie C quasi con rassegnazione, e questo mi fa male. I social network hanno la loro utilità, ma vorrei vedere i tifosi al campo di allenamento, faccia a faccia con i giocatori. Serve quella scintilla, quell'anima che al momento manca completamente."
Come vedi l'evoluzione del ruolo del portiere?
"Ho avuto la fortuna di essere allenato da Zeman, un visionario che già anticipava il portiere moderno con i piedi educati. Ma attenzione: oggi si rischia di esagerare. Il portiere deve prima di tutto parare, poi tutto il resto. Christensen? Ha qualità, ma a Salerno serve anche altro."
Cosa rappresenta per te la Curva Sud Siberiano?
"È un vulcano di passione che non ha eguali in Italia. Chi non ha giocato all'Arechi non può capire cosa significa avere quella spinta alle spalle. Ti dà una carica elettrica che ti fa superare ogni limite. Ma è anche una responsabilità enorme - specialmente per un portiere. Ogni intervento è sotto la lente d'ingrandimento di 20.000 esperti!"
Quali sono stati gli errori più gravi della società?
"Il problema è strutturale e si trascina da due stagioni. Si continua a dare fiducia a chi ha già fallito, soprattutto nel settore giovanile. Serve un repulisti totale, salvando solo le rare eccellenze come Sasa Avallone. Ma il vero errore è stato non portare un leader carismatico nello spogliatoio, uno di quelli che nei momenti difficili si carica la squadra sulle spalle. Il carisma non si compra al supermercato - o ce l'hai o non ce l'hai."
Come si gestisce l'aspetto mentale nelle partite decisive?
"Il carattere di una squadra emerge sempre, indipendentemente dalla posta in gioco. Mi vengono i brividi ripensando al derby col Napoli del 2001. Fu un dominio totale, in campo e sugli spalti. Quelle partite le vivi già una settimana prima, le sogni di notte."
La media di 1,38 gol subiti a partita cosa racconta?
"È il sintomo di un male più profondo. Non accetto la scusa della paura - se hai paura non puoi fare il calciatore professionista, né a Salerno né altrove. La società ha sbagliato le scelte, sia imprenditoriali che tecniche. Servono collaboratori che masticano calcio da decenni, non improvvisati."
Se potessi parlare con il presidente Iervolino?
"Gli direi una cosa sola: basta con la 'gente di mondo', servono uomini di calcio veri. Figure carismatiche che sanno gestire uno spogliatoio. Dopo una salvezza miracolosa, si sono spesi milioni affidandosi a dirigenti sbagliati. Il nepotismo nel calcio non funziona - gli amici si invitano a cena, non si mettono a dirigere una società di calcio."
Un messaggio per i tifosi?
"Cosa si può dire a chi da due anni soffre senza vedere un briciolo di attaccamento alla maglia? I tifosi sono gli unici innocenti in questa situazione. Vedere come continuano a seguire la squadra in trasferta, nonostante tutto, mi commuove. La loro passione merita molto di più di quello che stanno ricevendo."
Le parole di Soviero sono più di una semplice critica: sono il grido di chi ha vissuto sulla propria pelle la magia dell'Arechi e non può accettare di vedere la Salernitana scivolare verso il baratro senza opporre resistenza. La sua analisi tocca tutti i punti nevralgici: dalla gestione societaria alla mancanza di leadership in campo, dalla necessità di figure tecniche competenti all'importanza di preservare il rapporto con una tifoseria unica nel suo genere.
In un'epoca in cui il calcio sembra sempre più distante dalle emozioni genuine, l'intervista di Soviero ci ricorda che a Salerno il pallone non è mai stato solo un gioco, ma una questione di cuore, di appartenenza, di identità. E forse è proprio da qui che bisogna ripartire per ritrovare quell'anima che, come sottolinea l'ex estremo difensore, sembra essersi smarrita lungo il cammino.
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